Siamo un Paese da fila alla posta

Se circa un italiano su due (o quasi) pensa che Internet non gli serva è evidente che abbiamo un problema e si tratta di un problema che è principalmente nostro, nel senso di italiano. […] Ed è un problema gigantesco perché noi domani potremo costruire piattaforme digitali efficientissime ma se i cittadini decideranno di non usarle toccherà continuare a spendere denari per rimanere collegati con i nostri compatrioti analogici a suon di uffici anagrafe, carte da bollo e moduli cartacei da compilare.

Massimo Mantellini fa un’analisi lineare sullo stato della politica digitale in Italia toccando i temi rilevanti e le responsabilità che hanno scaturito il disastro italiano: innovazione, infrastrutture ed educazione digitale.

Siamo fra i peggiori in Europa in quanto a innovazione digitale e utilizzo della rete. I nostri concorrenti non sono Svezia, Francia, Gran Bretagna o Germania come ci piace raccontare. Sono invece Bulgaria, Romania e Grecia. Con un’ulteriore differenza sostanziale. Molti dei nostri attuali concorrenti nelle parti bassissime delle classifiche europee negli ultimi anni hanno avuto risultati migliori dei nostri. Insomma, chiunque vi racconti il contrario […] vi racconta una bugia con le gambe cortissime.

Guardare l’ora è un atto di umiltà

A differenza dei dispositivi elettronici, gli orologi analogici ci spingono ad aprirci al mondo. Lo smartphone è concentrato su di noi: ci avvisa quando arriva un nuovo messaggio e ci dà brevi informazioni quando ci annoiamo. L’orologio, invece, rivolge quell’attenzione all’esterno. Guardare l’ora è diverso da guardare il telefono: pone domande su dove dovremmo trovarci e cosa dovremmo fare in un certo momento. Mette un corpo in relazione con i doveri e gli imprevisti, indifferente alla tensione di una molla incapsulata dentro un guscio metallico sul polso. Guardare l’ora è un atto di umiltà, mentre guardare il telefono è un atto di egoismo.

Ho avuto al polso uno smartwatch per quasi due anni. Ho convissuto con un Motorola Moto 360, sia di prima che di seconda generazione, e ho dettato messaggi e promemoria, ho consultato mappe e mail, ho letto e ignorato notifiche da qualsiasi applicazione e silenziato decine di chiamate inopportune. Poi ho deciso che basta, non ne potevo più. Ho rimosso e restituito l’orologio intelligente e l’ho sostituito con orologi analogici, con lancette e data, al più. Ho preferito annullare quella brutta sensazione di ansia da notifiche, di prendere le distanze dalla reperibilità assoluta, ogni istante, anche durante la cena o in pausa caffè.

Togliermi il vizio di alzare il polso al vibrare del telefono in tasca è stato un processo lungo ma soddisfacente. Mi rendevo conto che era un gesto fastidioso per clienti e amici che mi vedevano, durante una chiacchiera, consultare l’ora di tanto in tanto. Se è tardi la prego, non voglio trattenerla ulteriormente mi disse un giorno un cliente stizzito. Non sto guardando l’ora, pensai, ma sarebbe stato complicato spiegarglielo.

Il fascino di un orologio è in parte legato al fatto che decidiamo di usarli nonostante le alternative digitali.

Ho trovato quindi molto appassionante questo articolo di Ian Bogost, tradotto da Internazionale, sulle complicazioni, le complessità e gli ingranaggi di un orologio meccanico (il più caro e complesso al mondo, nel caso specifico).

È che il tempo, con un orologio analogico, è come se scorresse un po’ più lentamente.

Morire, il protocollo di uno sviluppatore

Pieter Hintjens era uno sviluppatore belga con una certa notorietà che, ammetto, non conoscevo prima di aver letto il post del suo blog intitolato “Un protocollo per morire“. In maniera molto chiara, poco analitica, ma esaustiva e commovente, Pieter racconta cosa bisognerebbe dire o non dire ad un uomo consapevole del proprio termine, come l’uomo dovrebbe comportarsi, il rapporto con l’eutanasia e come raccontare ai propri figli quello che presto succederà.

I miei figli hanno 12, 9 e 5 anni. Sì lo so, è una cosa tragica, eccetera. Cresceranno senza un padre, è un dato di fatto. Ma mentre cresceranno, io ci sarò sotto forma del loro DNA, negli infiniti interventi alle conferenze che sono su YouTube e nelle cose che ho scritto. […] Credo però che sia confortante vedere il proprio genitore felice e rilassato (e non grazie agli antidolorifici) e avere diverse settimane per potergli dire addio. Sono davvero grato di non essere morto all’improvviso e di essere rimasto sano di mente. Ho insegnato ai miei figli a nuotare, andare in bici, sullo skate e a sparare. A cucinare, viaggiare e andare in campeggio. A usare la tecnologia senza averne paura.

Pieter è morto a causa di un colangiocarcinoma lo scorso ottobre. L’articolo del suo blog lo ha tradotto Il Post.

Google contro la comunicazione istantanea

Google lancia una nuova piattaforma di video conferenza strettamente legata al settore business e alla suite di lavoro: Meet dovrebbe essere l’alternativa a Skype per le conference call. Così come Allo sarebbe un’alternativa a WhatsApp. Così come Duo sarebbe un’app alternativa per le videochiamate. Così come Hangouts, e Spaces e via via a ritroso fino a Wave. Google ha un evidente problema con la comunicazione istantanea.

L’internet delle cose è il futuro, se non è offline

Ieri i web services di di Amazon erano down e buona parte dei servizi web che li utilizzano1 non sono stati raggiungibili. Stuart Thomas della BBC, tenutario di lampadine che si comandano a distanza tramite Wi-Fi, non ha potuto spegnere alcune luci in casa perché automatizzate via IFTTT, che era offline in quanto ospitato su AWS.


  1. Medium, Imgur, Runkeeper, Dropbox, Trello, Tinder, Yahoo, Minecraft, IFTTT, Apple Music, … 

Leggilo dopo

Per anni ho usato Pocket1 per annotare gli articoli da leggere in un secondo momento ma nell’ultimo periodo, circa tre mesi, ho iniziato con molto entusiasmo a sostituirlo con Instapaper. Da quando quest’ultima è stata acquistata da Pinterest ha avuto una piccola accelerata: la versione Android dell’app è migliorata in stabilità (ehm, non sempre) e in funzionalità (lettura veloce, citazioni condivisibili, directory di archiviazione) rispetto a Pocket che si è concentrata maggiormente sulla realizzazione di una piattaforma social per la condivisione di contenuti da suggerire.

Poi ieri la notizia: Mozilla ha acquistato Pocket.

Ammetto che è una gran bella notizia. Ne sono felice e resto curioso. Ho ancora molti articoli da leggere su Pocket e di tanto in tanto vi accedo. Resto in attesa di capire quali saranno gli sviluppi dell’applicazione e se proveranno a migliorarne l’utilizzo (me lo auguro) o la piattaforma (che in Italia non ha avuto granché successo).

Intanto auguri al team di Pocket e a Mozilla.


  1. yep, era ancora Read It Later. 

Fatti coraggio, Apple

Ci sono momenti in cui bisognerebbe ammettere che qualcosa non va. Che c’è un problema, Houston, e che bisogna fermarsi a riflettere. Ci vuole una bella partita di coraggio per farlo. Coraggio vero, mica spinotti per cuffie. Coraggio, ragazzi. Ma non ce n’è, non ce n’è più. Né per le fonti ufficiali che sì, sono d’accordo, non lo possono riconoscere mica; né per quelle non ufficiali: i simpatizzanti, i fedeli, gli amanti, i predicatori, i guardiani e i fan di Apple. C’è qualcosa che non va: ditelo. Diciamocelo. Non c’entra la morte di Steve, pace all’anima sua che pure io gli volevo un gran bene. Non c’entra la disattenzione per il settore business. Non c’entra la concorrenza. È che le idee pare ce le siamo giocate tutte e gli stimoli stanno a zero. C’è un problema. Accettiamolo.

Ad un’analisi affrettata si potrebbe dire che Microsoft è oggi quella che innova, Apple quella che avanza con più cautela

Dice Filippo Corti citando un post di Steven Levy. Analisi affrettata, dice. E a guardar bene? E a voler fare un’analisi approfondita? C’è un problema, Tim. Diamoci pace. Facciamo coraggio. Affrontiamolo. Non giriamoci intorno, che l’amarezza è bella finché ce n’è. Dopo un bel pianto ci sentiremo meglio.

Le email sono morte, viva le email

Eppure, per registrarci a pressoché qualsiasi cosa usiamo la nostra email, e la nostra casella confusionaria è la stessa che ringraziamo quando possiamo non rispondere a un contatto molesto senza che veda che abbiamo visualizzato il suo messaggio, o sappia che l’abbiamo confinato a un provvidenziale filtro antispam. E chiunque abbia mai usato un’app di instant messaging sa cosa significa usarla per leggere testi molti lunghi.

Il rilascio di Workplace, il nuovo sub social network di Facebook dedicato al lavoro, ha fornito il pretesto a Davide Piacenza su Studio di fare il riassunto sullo stato di vita delle e-mail: molti dicono che non servono più, effettivamente se n’è ridotto parecchio l’utilizzo causa instant messengers ma le usiamo ancora con insistenza tutti i giorni e, volendo o nolendo, è una bellissima necessità.

Personalmente considero le email il miglior social network: sono rapide da usare, tengono correttamente traccia del trascorso della discussione, hanno account verificati in una rete sociale concreta e coerente, sono uno standard ufficialmente riconosciuto, funzionano magnificamente con discussioni private, permettono di migliorare la produttività se usate in maniera organizzata e hanno un fascino che nessun cinguettio, post o status possono raggiungere.

Stupida

Secondo la proposta di legge, i gestori di siti dei mezzi d’informazione, i blogger, i quotidiani e i social network, saranno obbligati a censurare gli insulti riferiti alla “condizione sociale e personale” della vittima, vale a dire tutto quanto la persona destinataria considera offensivo da un punto di vista personale. La sanzione per chi non prende misure adeguate a eliminare l’insulto è una multa di centomila euro. Non è possibile difendersi invocando la veridicità dell’insulto: si giudica se ci sia stato l’insulto, non la sua mendacità. […] Questo significa che la legge colpirà soprattutto le affermazioni su interessi politici e locali, dando ai ricchi e potenti, ai criminali e ai corrotti, il potere incontrollato di rimuovere i materiali che li offendono, indipendentemente dal fatto che contenga affermazioni vere o false.

Per proteggersi dal ciberbullismo e dalla pubblicazione di pornografia senza consenso, il Governo sta per approvare la «più stupida legge sulla censura in Europa» secondo Boing Boing (e secondo me pure, per quel che può valere). Federico Ferrone traduce Cory Doctorow su Internazionale.

La chiosa dagli USA:

Negli anni di Berlusconi l’Italia si è guadagnata la fama di luogo politicamente nel caos. Speravamo che l’epoca successiva fosse migliore. Ma prendendo in seria considerazione idee così dannose, la camera dei deputati continua a fare della politica italiana una barzelletta.