Tutto quello che sai è una bufala

La prova che i vaccini provocano menomazioni ai bambini? Il silenzio degli scienziati. La conferma che i cieli sono avvelenati dalle scie chimiche? Il black out dei “giornaloni” sul tema. I migranti pagati 40 euro al giorno? La politica ha paura di farvelo sapere. Additandone la presunta censura, qualsiasi bestialità può essere inoculata nel dibattito pubblico e avvelenarlo in modo spesso irreversibile.

Stefano Cappellini su Repubblica sintetizza uno dei motivi della proliferazione delle bufale online: la convinzione (spesso in buona fede) che ci siano dei “poteri forti” che tramano alle nostre spalle e sfruttano la nostra inconsapevolezza per arricchirsi alla faccia nostra e, soprattutto, l’idea che se nessuno ne parla, allora è vero.

È un’ulteriore faccia delle bufale online: non a fine propagandistico (Grillo, Salvini eccetera), non per destabilizzazione politica (i russi negli USA con le elezioni di Trump, ad esempio) né per scopi economici (i siti che guadagnano col click baiting), solo creduloni sospettosi.

La tecnologia non va temuta ma usata

È naturale, la matita? Magari è naturale la grafite, ma lo è anche il silicio, cioè uno dei minerali che fanno funzionare i microprocessori dentro i nostri computer. È naturale, il libro? Stracci pressati fino a diventare carta, stampati usando il piombo, legati insieme e venduti in cambio di altri foglietti che, come selvaggi, pensiamo abbiamo valore? È naturale la moneta? E ascoltare in un ricevitore la voce di una persona lontana, lontanissima, è naturale?

Ogni volta in cui abbiamo a che fare con una nuova tecnologia c’è qualcuno che storce il naso. Si stava meglio prima, non ne avevano bisogno, a cosa serve?, non è naturale.

Quello che è interessante in questo momento storico è che abbiamo accumulato una quantità di innovazioni così grande da aver scambiato il mondo in cui siamo nati con uno stato di natura e non come il frutto di un’altrettanto incredibile serie di innovazioni (l’orologio, il telegrafo, le auto, le strade, il treno, la televisione, la chirurgia, l’elettricità).

Invece di venerarla o temerla, scrive su Il Tascabile Mafe de Baggis, una nuova tecnologia dovremmo semplicemente usarla.

L’Italia dei Tar del Lazio e dei tassisti

Quell’Italia lì, che non riesce a far quadrato su nulla, non sposa l’innovazione di Uber, come accade da alcune parti, e nemmeno cerca di regolamentarla, come avviene da altre. Semplicemente la espelle. Lo fa per una ragione tanto banale quando evidente: perché vede la conservazione come il più confortevole degli scenari possibili. È una filosofia di vita che si fa schema operativo. Se non sei vecchio e decrepito come noi a noi non interessi.

Via della Conservazione. Mantellini su Il Post relativamente alla sconcia e conservativa sentenza del tribunale di Roma di chiudere Uber in favore delle ragioni dei tassisti.

L’educazione digitale è l’educazione civica moderna

Gli educatori (e i politici) devono superare la visione arcaica delle tecnologie dell’informazione come “strumento”. È urgente coltivare la capacità dei bambini di vivere online e offline, in un mondo in cui i media digitali sono onnipresenti. In altre parole, offrire ai giovani studenti le conoscenze e le abilità per essere padroni delle proprie emozioni del proprio comportamento nell’era digitale.

Queste capacità devono essere accompagnate da un’educazione ai valori umani di integrità, rispetto, empatia e prudenza. Sono questi valori che permettono l’uso sapiente e responsabile della tecnologia. […] l’educazione digitale è una sorta di educazione civica moderna che tiene conto della più grande rivoluzione che l’umanità ha vissuto negli ultimi decenni: Internet.

[…] La cittadinanza digitale, però, è spesso trascurata dagli educatori. Questi tendono a pensare che i bambini apprendano certe competenze da soli, o che esse facciano parte dell’educazione che lo studente riceve a casa. I genitori, d’altro canto, tendono a sottovalutare questo tipo di competenze e sono portati a pensare che le “nuove generazioni”, i “nativi digitali”, abbiano una sorta di capacità innata per imparare a usare correttamente i media e i dispositivi digitali. Ma in questo caso non stiamo parlando di sapere muovere le dita sullo schermo di un ipad: interazione altamente intuitiva per qualsiasi neonato (e di cui dovremmo smettere di meravigliarci).

[…] spesso genitori e insegnanti sono portati a criminalizzare Internet, capro espiatorio astratto di ogni male. Il movente di questa attitudine è la paura. La paura è causata da una genuina ignoranza. Questa situazione è dovuta al gap digitale dell’attuale generazione di educatori e genitori, incapace di offrire la formazione digitale adeguata alle nuove generazioni. Ed è un problema che dobbiamo affrontare.

[…] I bambini stanno già vivendo immersi in un mondo che spesso neanche gli adulti comprendono. La soluzione non è tecnologica, ma pedagogica. Spetta a noi far sì che siano dotati delle competenze e del supporto necessario per sfruttare questi strumenti in maniera responsabile e proficua.

Perché dobbiamo insegnare ai bambini come stare online, Valigia Blu

Siamo un Paese da fila alla posta

Se circa un italiano su due (o quasi) pensa che Internet non gli serva è evidente che abbiamo un problema e si tratta di un problema che è principalmente nostro, nel senso di italiano. […] Ed è un problema gigantesco perché noi domani potremo costruire piattaforme digitali efficientissime ma se i cittadini decideranno di non usarle toccherà continuare a spendere denari per rimanere collegati con i nostri compatrioti analogici a suon di uffici anagrafe, carte da bollo e moduli cartacei da compilare.

Massimo Mantellini fa un’analisi lineare sullo stato della politica digitale in Italia toccando i temi rilevanti e le responsabilità che hanno scaturito il disastro italiano: innovazione, infrastrutture ed educazione digitale.

Siamo fra i peggiori in Europa in quanto a innovazione digitale e utilizzo della rete. I nostri concorrenti non sono Svezia, Francia, Gran Bretagna o Germania come ci piace raccontare. Sono invece Bulgaria, Romania e Grecia. Con un’ulteriore differenza sostanziale. Molti dei nostri attuali concorrenti nelle parti bassissime delle classifiche europee negli ultimi anni hanno avuto risultati migliori dei nostri. Insomma, chiunque vi racconti il contrario […] vi racconta una bugia con le gambe cortissime.

Guardare l’ora è un atto di umiltà

A differenza dei dispositivi elettronici, gli orologi analogici ci spingono ad aprirci al mondo. Lo smartphone è concentrato su di noi: ci avvisa quando arriva un nuovo messaggio e ci dà brevi informazioni quando ci annoiamo. L’orologio, invece, rivolge quell’attenzione all’esterno. Guardare l’ora è diverso da guardare il telefono: pone domande su dove dovremmo trovarci e cosa dovremmo fare in un certo momento. Mette un corpo in relazione con i doveri e gli imprevisti, indifferente alla tensione di una molla incapsulata dentro un guscio metallico sul polso. Guardare l’ora è un atto di umiltà, mentre guardare il telefono è un atto di egoismo.

Ho avuto al polso uno smartwatch per quasi due anni. Ho convissuto con un Motorola Moto 360, sia di prima che di seconda generazione, e ho dettato messaggi e promemoria, ho consultato mappe e mail, ho letto e ignorato notifiche da qualsiasi applicazione e silenziato decine di chiamate inopportune. Poi ho deciso che basta, non ne potevo più. Ho rimosso e restituito l’orologio intelligente e l’ho sostituito con orologi analogici, con lancette e data, al più. Ho preferito annullare quella brutta sensazione di ansia da notifiche, di prendere le distanze dalla reperibilità assoluta, ogni istante, anche durante la cena o in pausa caffè.

Togliermi il vizio di alzare il polso al vibrare del telefono in tasca è stato un processo lungo ma soddisfacente. Mi rendevo conto che era un gesto fastidioso per clienti e amici che mi vedevano, durante una chiacchiera, consultare l’ora di tanto in tanto. Se è tardi la prego, non voglio trattenerla ulteriormente mi disse un giorno un cliente stizzito. Non sto guardando l’ora, pensai, ma sarebbe stato complicato spiegarglielo.

Il fascino di un orologio è in parte legato al fatto che decidiamo di usarli nonostante le alternative digitali.

Ho trovato quindi molto appassionante questo articolo di Ian Bogost, tradotto da Internazionale, sulle complicazioni, le complessità e gli ingranaggi di un orologio meccanico (il più caro e complesso al mondo, nel caso specifico).

È che il tempo, con un orologio analogico, è come se scorresse un po’ più lentamente.

Morire, il protocollo di uno sviluppatore

Pieter Hintjens era uno sviluppatore belga con una certa notorietà che, ammetto, non conoscevo prima di aver letto il post del suo blog intitolato “Un protocollo per morire“. In maniera molto chiara, poco analitica, ma esaustiva e commovente, Pieter racconta cosa bisognerebbe dire o non dire ad un uomo consapevole del proprio termine, come l’uomo dovrebbe comportarsi, il rapporto con l’eutanasia e come raccontare ai propri figli quello che presto succederà.

I miei figli hanno 12, 9 e 5 anni. Sì lo so, è una cosa tragica, eccetera. Cresceranno senza un padre, è un dato di fatto. Ma mentre cresceranno, io ci sarò sotto forma del loro DNA, negli infiniti interventi alle conferenze che sono su YouTube e nelle cose che ho scritto. […] Credo però che sia confortante vedere il proprio genitore felice e rilassato (e non grazie agli antidolorifici) e avere diverse settimane per potergli dire addio. Sono davvero grato di non essere morto all’improvviso e di essere rimasto sano di mente. Ho insegnato ai miei figli a nuotare, andare in bici, sullo skate e a sparare. A cucinare, viaggiare e andare in campeggio. A usare la tecnologia senza averne paura.

Pieter è morto a causa di un colangiocarcinoma lo scorso ottobre. L’articolo del suo blog lo ha tradotto Il Post.

Google contro la comunicazione istantanea

Google lancia una nuova piattaforma di video conferenza strettamente legata al settore business e alla suite di lavoro: Meet dovrebbe essere l’alternativa a Skype per le conference call. Così come Allo sarebbe un’alternativa a WhatsApp. Così come Duo sarebbe un’app alternativa per le videochiamate. Così come Hangouts, e Spaces e via via a ritroso fino a Wave. Google ha un evidente problema con la comunicazione istantanea.

L’internet delle cose è il futuro, se non è offline

Ieri i web services di di Amazon erano down e buona parte dei servizi web che li utilizzano1 non sono stati raggiungibili. Stuart Thomas della BBC, tenutario di lampadine che si comandano a distanza tramite Wi-Fi, non ha potuto spegnere alcune luci in casa perché automatizzate via IFTTT, che era offline in quanto ospitato su AWS.


  1. Medium, Imgur, Runkeeper, Dropbox, Trello, Tinder, Yahoo, Minecraft, IFTTT, Apple Music, …