Gli algoritmi non sono curiosi

Mark Zuckerberg non deciderà di farci arrivare solo l’informazione che fa comodo a Facebook, e Larry Page di Google non deciderà per chi dobbiamo votare, ma c’è il rischio che questi colossi, essendo aziende private, finiscano nelle mani sbagliate, causando danni incalcolabili prima che qualcuno si renda conto di quello che sta succedendo (soprattutto se consideriamo la quantità esorbitante di dati personali che queste aziende posseggono di ciascuno di noi).

Su Rivista Studio un articolo molto interessante di Signorelli mette in evidenza l’attitudine delle grosse internet company a mostrarci contenuti sulla base della nostra esperienza precedente – Google con le ricerche, Facebook con gli status, Amazon con i libri, Netflix con i film e così via – in complicità con algoritmi sviluppati per costruire un recinto dentro il quale non entrerà mai ciò che è stato ritenuto estraneo ai nostri interessi, costruendo intorno a noi un mondo perfetto che non ci permetterà di scoprire ed interagire con ciò che “diverso”.

Peggio ancora, le stesse potrebbero deviare le nostre esperienze propinandoci informazioni politiche o commerciali e modificando così la nostra percezione della realtà. Non lo fanno, ma potrebbero.

Contrastare tutto ciò? Non so se sia possibile. Anche nella vita reale frequentiamo persone che ci piacciono, andiamo ai concerti che preferiamo e mangiamo soprattutto cibi di cui conosciamo ed apprezziamo il sapore.

Gli algoritmi simulano i nostri approcci alla vita ma hanno un grosso limite: non possono essere curiosi. Noi sì.

One response to “Gli algoritmi non sono curiosi”

  1. […] a proprio piacimento la nostra capacità di interpretare la realtà, un po’ quello di cui si era già parlato qui. Mi è piaciuto molto, a valore aggiunto, il parallelo con la televisione e la passività che […]