Hit

A pochi giorni di distanza, tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio, sono stati pubblicati i nuovi album di Zen Circus, Brunori SAS e Dente, musicisti che – ognuno a proprio modo – apprezzo assai (diciamo pure che sono settimane di vera goduria auricolare).

Non è mia intenzione elaborare la recensione dei dischi che ho ascoltato, non sono indottrinato al punto da saperne scrivere, ma in quanto appassionato ho raccolto con gli anni centinaia di CD, di artisti famosi o meno, che a turno scandiscono il passaggio delle mie ore di lavoro al Mac.

Ogni CD, con una pazienza che considerarla santa è banale, è stato convertito in MP3 e stipato sull’hard disk del computer di turno. Ne ho fatto copie su CD prima, su DVD poi, su HD esterni successivamente. Il mio grande cruccio è sempre stato quello di perdere tutto il mio “tesoro”: un guasto all’hard disk e adieu files. Rimettere mano al software di rippaggio mi sarebbe costato ore, ore che probabilmente non avrei più avuto a disposizione. La mia croce: come proteggere da perdite accidentali tutta la mia musica digitale.

Da un paio d’anni si è diffuso Spotify anche in Italia, il servizio per ascoltare in streaming, gratis con inserti pubblicitari o a pagamento senza pubblicità e a qualità maggiore, più o meno tutta la musica vendibile. Di servizi simili ne esistono diversi e non li elenco, ma più o meno tutti – a più o meno lo stesso prezzo – offrono il medesimo favore. Facendo un abbonamento – senza bisognerebbe sorbirsi la pubblicità – parte del problema potrebbe essere quindi risolto: la musica, (quasi) tutta la musica che mi sono dannato a rendere file, sarebbe disponibile online e godibile da uno qualsiasi dei miei dispositivi ad un costo di circa 120 € l’anno. È un prezzo che vale la pena pagare per non correre il rischio di perdere i propri file e – bisogno nato appresso al primo – per ascoltare la musica da tutti i propri devices?

È una risposta che non mi sento di dare, credo sia terribilmente personale: dipende da quanti soldi spendi annualmente per la musica, da quanto ci tieni a conservare anche un formato fisico oltre ai file, dalla qualità con la quale vuoi ascoltare musica, dal numero di dispositivi in tuo possesso e da tante, troppe variabili che non si possono sintetizzare con un cenno di testa. È un’alternativa che va valutata personalmente, poi tenuta o scartata.

Io ho quindi deciso di tenermi l’assillo1 e di tentare una migliore alternativa valida.

Google, con il suo Google Music, ha messo in moto un servizio che fa all’incirca le stesse cose di Spotify ma con una più ridotta scelta musicale e senza il vantaggio dell’ascolto aggratis, al momento. Ma ha una feature che lo rende prezioso: permette di caricare online fino ad un massimo di 20.000 brani della propria libreria musicale, ascoltarli da qualsiasi dispositivo e scaricarli nuovamente qualcora ce ne fosse necessità. Eureka!

È passato oltre un anno da quando ho smesso di archiviare scrupolosamente file su DVD o sugli HD esterni e sono passato a Google Music: ora posso continuare a comprare CD senza comprare MP32 e finalmente non corro alcun rischio di perdere il mio capitale. Credo al momento non esista metodo gratuito migliore.

E ora, scusami, ma torno a ringalluzzirmi con le cuffie.


  1. Questo non significa affatto che non ascolti anche Spotify, anzi: mi capita parecchio con gli album appena usciti o con artisti dei quali sono curioso. 
  2. Non mi piace comprare MP3, sono un geek all’antica: preferisco spendere denaro per l’album fisico

One response to “Hit”

  1. […] quando ho cercato l’album ho capito che la musica in streaming ha vinto e che quel che avevo scritto qui, tutto sommato, erano parole di un web parlato male, che non succederà più come è successo a me […]