La jihad su Facebook

Se stai in un posto di merda, diventi facilmente violento. Soprattutto se al contempo hai un altro posto in cui combinare le tue identità. Cioè i social.

Quello della facilità con cui sui social network si tende a mostrare una identità con gli steroidi è un argomento vecchio. Il riferimento agli jihadisti il cui identikit «è quello di un paranoico sfottuto al college che ha trovato il modo di farcela vedere, a tutti noi» è invece ragionamento più recente. Ne parla anche Bottura sul suo blog.

Un tema che tratta in maniera approfondita anche Gurvan Kristanadjaja in un lungo reportage tradotto da Internazionale.

Ho passato appena due giorni su Facebook con il mio account falso e ho l’impressione che i miei punti di riferimento si stiano dissolvendo. Come se Facebook mi avesse trasportato in un universo differente. A forza di vedere morti, decapitati e jihadisti, comincio a trovarlo normale.

Il giornalista si finge sostenitore di Daesh e, usando un profilo fasullo, fa “amicizia” con utenti evidentemente estremisti, con fucili tra le braccia e bambini armati tra le immagini condivise. In realtà non tutti lo sono: spesso sono musulmani che si fingono in Siria per la jihad ma che in verità o non hanno intenzione di parteciparvi o ne hanno timore.

Dopo qualche giorno passato sul mio falso profilo Facebook, mi rendo conto, discutendo con la maggior parte dei miei “amici”, che c’è una netta differenza tra l’immagine che esibiscono sui social network e la realtà.

Di estremisti però ce ne sono davvero, ma gli account vengono chiusi puntualmente da Facebook1. Cosa può fare il social network per evitare che questa estremizzazione del proprio ego arrivi a contrastare la lucidità degli utenti? Poco o nulla se non vuole diventare più limitativo: gli investitori non lo permetterebbero e gli utenti nemmeno.


  1. l’esperimento di Kristanadjaja si limita a Facebook.