Gino guarda avanti

Ho incontrato Gino Strada nel 2003. Vivevo a Milano, ero in attesa ad un semaforo in piazza S. Babila, non lontano dall’allora sede di Emergency in via Bagutta. Ero fermo, era rosso. Guardavo a terra. Guardavo spesso a terra, a 20 anni. Quando alzai la testa e mi voltai, alla mia destra c’era Strada che invece guardava in avanti. Nella mia rappresentazione immaginifica di Strada – lo ammetto – lui guardava sempre avanti. Il semaforo si fece verde, lui attraversò, io restai fermo. Non so quando tempo trascorse, io continuai a restare fermo. Poi ripartii in silenzio. Avevo incrociato Gino Strada dal vivo.

L’ho rivisto, poi, altre volte. Sono stato per qualche anno volontario della ONG, sia a Milano che a Caserta – tornai a casa nel 2004. Ma quella volta, quel semaforo, quella sera, la ricordo ancora con piacere ed emozione.

Ho sempre apprezzato il lavoro di Emergency e stimato Gino. Ho sempre creduto nel lavoro di Emergency e in quello di Gino. C’ho creduto come una fede, un dogma o poco meno: Emergency è la associazione umanitaria. Gino Strada è il chirurgo di guerra. Poi ci sono tutti gli altri.

Ecco, per dire che non lo so se riesco a credere alla speculazione de L’Espresso. Se la sostituzione di Cecilia Strada con Rossella Miccio sia stato un defenestramento per tracciare strade nuove e in contrasto col passato, o meno. Non so se è vera la frase di Teresa Sarti sui «cagnolini da lunotto di Gino», riferito ai più stretti collaboratori del marito. Strada esercita un fascino e un’influenza che rasenta la stregoneria, lo confesso, ma dopo così tanti anni, cambiare rotta per accettare finanziamenti governativi e da multinazionali che investono in zone di guerra, perdendo fiducia e proventi da milioni di cittadini e da aziende sane che da lustri sostengono l’associazione, a me pare un bellissimo esercizio di fantasia. Poi però magari io sbaglio.

Attraversai l’incrocio. Lui non c’era già più.