Se vuoi pubblicare qualcosa che duri, apri un blog

Tratta Facebook come il giardino murato che è. Se vuoi qualcosa che sia accessibile al pubblico, postalo in un vero blog o su una qualsiasi altra piattaforma che abbraccia il vero web, quello aperto.

John Gruber su Daring Fireball lancia una dura crociata, tra l’altro condivisa, contro i contenuti pubblicati e bloccati dentro Facebook.

Facebook non li rende accessibili ai motori di ricerca, potrebbe decidere di bloccarne l’accesso pubblico in qualsiasi momento e, per quanto sia un’azienda solida – aggiunge, potrebbe chiudere i rubinetti ai propri servizi in qualsiasi momento e non renderli più disponibili.

Le email sono morte, viva le email

Eppure, per registrarci a pressoché qualsiasi cosa usiamo la nostra email, e la nostra casella confusionaria è la stessa che ringraziamo quando possiamo non rispondere a un contatto molesto senza che veda che abbiamo visualizzato il suo messaggio, o sappia che l’abbiamo confinato a un provvidenziale filtro antispam. E chiunque abbia mai usato un’app di instant messaging sa cosa significa usarla per leggere testi molti lunghi.

Il rilascio di Workplace, il nuovo sub social network di Facebook dedicato al lavoro, ha fornito il pretesto a Davide Piacenza su Studio di fare il riassunto sullo stato di vita delle e-mail: molti dicono che non servono più, effettivamente se n’è ridotto parecchio l’utilizzo causa instant messengers ma le usiamo ancora con insistenza tutti i giorni e, volendo o nolendo, è una bellissima necessità.

Personalmente considero le email il miglior social network: sono rapide da usare, tengono correttamente traccia del trascorso della discussione, hanno account verificati in una rete sociale concreta e coerente, sono uno standard ufficialmente riconosciuto, funzionano magnificamente con discussioni private, permettono di migliorare la produttività se usate in maniera organizzata e hanno un fascino che nessun cinguettio, post o status possono raggiungere.

Dona che detassi

Adesso provo a dire perché a me i grandi benefattori e le grandi beneficenze alla Zuckerberg non piacciono gran ché. Intendiamoci, grazie mille a nome dei beneficiati. Ma io resto legato alla indispensabile funzione regolatrice dello Stato e al suo ruolo di curatore del bene comune. Sì, lo so che invece e spesso, ovunque, questo si traduce in solenni mangiate, ma è una patologia. E se hai tutta questa coscienza sociale sai che c’è: paga le tasse. Paga le tasse nei vari paesi in cui eserciti la tua attività, senza costruire mirabolanti impalcature di elusione, andando alla ricerca nel mondo di quello che te ne fa pagare di meno. Se hai tutta questa coscienza sociale rinuncia ad essere tu a scegliere chi riceverà i tuoi soldi e lascia che sia la collettività a indirizzarli con la politica dove magari tu, che sei uno anche se immenso, magari non vorresti che andassero, ma dove è comunque giusto che vadano. Sapete, il passaggio dal magnifico esempio di dedizione volontaria ai bisognosi delle Dame di San Vincenzo, al welfare obbligatorio e pagato dalla tassazione, è stata una delle più grandi conquiste della nostra civiltà. Vediamo di non dimenticarcelo.

Una parzialmente discutibile ma molto condivisile opinione di Massimo Rocca su Radio Capital sulla recente “beneficenza” di Zuckerberg.

Zuckerberg non farà propriamente “beneficenza” nel senso legale che il termine ha negli Stati Uniti, ma non trarrà profitti per sé dalla gestione della “Chan Zuckerberg Initiative”

Spiega invece Il Post in proposito della donazione di Zuckerberg.

La jihad su Facebook

Se stai in un posto di merda, diventi facilmente violento. Soprattutto se al contempo hai un altro posto in cui combinare le tue identità. Cioè i social.

Quello della facilità con cui sui social network si tende a mostrare una identità con gli steroidi è un argomento vecchio. Il riferimento agli jihadisti il cui identikit «è quello di un paranoico sfottuto al college che ha trovato il modo di farcela vedere, a tutti noi» è invece ragionamento più recente. Ne parla anche Bottura sul suo blog.

Un tema che tratta in maniera approfondita anche Gurvan Kristanadjaja in un lungo reportage tradotto da Internazionale.

Ho passato appena due giorni su Facebook con il mio account falso e ho l’impressione che i miei punti di riferimento si stiano dissolvendo. Come se Facebook mi avesse trasportato in un universo differente. A forza di vedere morti, decapitati e jihadisti, comincio a trovarlo normale.

Il giornalista si finge sostenitore di Daesh e, usando un profilo fasullo, fa “amicizia” con utenti evidentemente estremisti, con fucili tra le braccia e bambini armati tra le immagini condivise. In realtà non tutti lo sono: spesso sono musulmani che si fingono in Siria per la jihad ma che in verità o non hanno intenzione di parteciparvi o ne hanno timore.

Dopo qualche giorno passato sul mio falso profilo Facebook, mi rendo conto, discutendo con la maggior parte dei miei “amici”, che c’è una netta differenza tra l’immagine che esibiscono sui social network e la realtà.

Di estremisti però ce ne sono davvero, ma gli account vengono chiusi puntualmente da Facebook1. Cosa può fare il social network per evitare che questa estremizzazione del proprio ego arrivi a contrastare la lucidità degli utenti? Poco o nulla se non vuole diventare più limitativo: gli investitori non lo permetterebbero e gli utenti nemmeno.


  1. l’esperimento di Kristanadjaja si limita a Facebook.