Google contro la comunicazione istantanea

Google lancia una nuova piattaforma di video conferenza strettamente legata al settore business e alla suite di lavoro: Meet dovrebbe essere l’alternativa a Skype per le conference call. Così come Allo sarebbe un’alternativa a WhatsApp. Così come Duo sarebbe un’app alternativa per le videochiamate. Così come Hangouts, e Spaces e via via a ritroso fino a Wave. Google ha un evidente problema con la comunicazione istantanea.

I preferiti che non lo sono più

I bookmarks, la classica collezione di URL preferite nel browser, ma anche i meno classici servizi di archiviazione di link, sono quanto meno in disuso. Ne scrive Abhimanyu Ghoshal, che sottolinea come sia solito salvare articoli su Pocket per poi condividerli dopo la lettura, se di potenziale interesse, ed eliminarli subito dopo. I bookmarks, dice, hanno senso solo per le pagine visitate quotidianamente.

Lo confermo, l’abitudine è anche mia: avevo centinaia di URL su Delicious, ora pochi link – di lavoro, soprattutto – che apro tutti i giorni o quasi, memorizzati direttamente su Chrome. I contenuti interessanti che pesco da letture fisse o in giro per il web li accumulo su Pocket e li leggo appena un po’ di tempo libero mi vince, per poi diffonderli su Twitter o dettagliarne qui sul blog. Per tutto il resto c’è Google: la ricerca negli ultimi anni è migliorata parecchio e se cerco quell’articolo di cui ricordo vagamente i contenuti, sono certo di trovarlo. C’è poco da salvare, effettivamente.

Sono le… aspetta

Premesso che indossare l’orologio e consultare l’ora sul polso per me è un gesto più che naturale, devo dire che proprio come orologio uno smartwatch come il Motorola Moto 360 ha la sua utilità peggiore. Il display è costantemente spento e per accenderlo bisogna muovere il polso con un movimento fastidioso: a volte si accende, spesso no, quando non accade sei costretto a dare due colpetti sul quadrante per svegliarlo. Succede, ve lo assicuro e non credo sia una feature voluta, ogni qual volta che qualcuno vi chiede l’ora. È imbarazzante.

A parte questo piccolo inconveniente, sono due mesi che uso il dispositivo Android Wear al posto dei miei consueti orologi e non riuscirei più a farne a meno. Credo di poterlo valutare positivamente e di esserne ormai dipendente, nonostante la sovente digi-defibrillazione per leggerne l’ora.

Ieri Motorola ne ha presentato la seconda versione all’IFA 2015, con due indiscrimanti misure per il quadrante e una plasticosissima versione sport.

Senza, grazie

Google per il suo nuovo logo abbandona i trattini terminali delle lettere e adotta un carattere gotico per essere più facilmente leggibile se rimpicciolito.

Un tempo utilizzavamo Google principalmente da un dispositivo, il computer, mentre oggi interagiamo con i prodotti Google da diverse piattaforme, app e dispositivi […]. Ci si aspetta che Google ci venga in aiuto ogni volta che ne abbiamo bisogno: dal telefono, dalla TV, dal nostro orologio o dal cruscotto della nostra auto e, ovviamente, anche dal computer.

Short messages

Tra lo sterminato ventaglio di opzioni per la messaggistica istantanea, la soluzione che preferisco1 è senza dubbio Hangouts di Google. Sia per l’integrazione con Gmail, sia per la possibilità di usarlo con applicazioni terze, sia per l’archiviazione delle conversazioni che per i buoni servizi di conference integrati. Da ieri ha un client web dedicato (e separato dal moribondo Google+).


  1. anche a WhatsApp. 

Cercami, che il dominio non serve più

Google è diventato parte di una holding più grande, Alphabet, che lo comprende insieme a tutti gli altri progetti che gravitano attorno alle figure dei suoi fondatori. Non ne sto a raccontare la cosa, è già storia.

Quello che mi ha interessato in questa faccenda è il bellissimo nome a dominio registrato per ospitare il sito web aziendale: abc.xyz. Le prime e le ultime tre lettere dell’alfabeto, nient’altro.

La scelta è dovuta a probabili problemi legati al marchio Alphabet1 e alla decisione di dare un taglio ad una prassi oramai divenuta dogma: il nome a dominio deve essere quello dell’azienda.

Non è più così, forse non lo era già da un po’, ma Google – o Alphabet? – lo ha finalmente evidenziato. Comunque ti chiami, ti troverò.


  1. albhabet.com è di proprietà di BMW. 

Se non ti piace cambia

Se avessi un negozio di abbigliamento e venissi a comprare una camicia dal sottoscritto io, stanne certo, proverei a venderti anche un pantalone, una giacca, delle scarpe e qualche gadget, che trovi tanto chic. Ti proporrei i prodotti ai prezzi migliori ma darei priorità a quelli dove il mio margine di guadagno sarebbe maggiore. E se imparassi i tuoi gusti, inutile a dirlo, riuscirei a combinare i nostri interessi e a venderti ciò che ti piace, al prezzo che desideri e col margine che mi farebbe incassare di più. È business, mica beneficenza.

Se tu mi trovassi invadente, indiscreto o intollerabile non verresti più a spendere dal sottoscritto, e la storia finirebbe qui. Andresti altrove o torneresti da me solo per le camicie – non c’è dubbio che sono le migliori. Visiteresti il mio concorrente, compreresti da lui, che usi o meno i miei stessi metodi di, chiamamolo così, marketing. Puoi scegliere, man. Libero è il mercato, libera è la concorrenza. Vince il migliore. E io lo sarei, potresti giurarci.

Ed è per questo che considero la presa di posizione dell’Unione Europea contro Google di una stupidità impareggiabile.