L’Italia dei Tar del Lazio e dei tassisti

Quell’Italia lì, che non riesce a far quadrato su nulla, non sposa l’innovazione di Uber, come accade da alcune parti, e nemmeno cerca di regolamentarla, come avviene da altre. Semplicemente la espelle. Lo fa per una ragione tanto banale quando evidente: perché vede la conservazione come il più confortevole degli scenari possibili. È una filosofia di vita che si fa schema operativo. Se non sei vecchio e decrepito come noi a noi non interessi.

Via della Conservazione. Mantellini su Il Post relativamente alla sconcia e conservativa sentenza del tribunale di Roma di chiudere Uber in favore delle ragioni dei tassisti.

Siamo un Paese da fila alla posta

Se circa un italiano su due (o quasi) pensa che Internet non gli serva è evidente che abbiamo un problema e si tratta di un problema che è principalmente nostro, nel senso di italiano. […] Ed è un problema gigantesco perché noi domani potremo costruire piattaforme digitali efficientissime ma se i cittadini decideranno di non usarle toccherà continuare a spendere denari per rimanere collegati con i nostri compatrioti analogici a suon di uffici anagrafe, carte da bollo e moduli cartacei da compilare.

Massimo Mantellini fa un’analisi lineare sullo stato della politica digitale in Italia toccando i temi rilevanti e le responsabilità che hanno scaturito il disastro italiano: innovazione, infrastrutture ed educazione digitale.

Siamo fra i peggiori in Europa in quanto a innovazione digitale e utilizzo della rete. I nostri concorrenti non sono Svezia, Francia, Gran Bretagna o Germania come ci piace raccontare. Sono invece Bulgaria, Romania e Grecia. Con un’ulteriore differenza sostanziale. Molti dei nostri attuali concorrenti nelle parti bassissime delle classifiche europee negli ultimi anni hanno avuto risultati migliori dei nostri. Insomma, chiunque vi racconti il contrario […] vi racconta una bugia con le gambe cortissime.

Morire, il protocollo di uno sviluppatore

Pieter Hintjens era uno sviluppatore belga con una certa notorietà che, ammetto, non conoscevo prima di aver letto il post del suo blog intitolato “Un protocollo per morire“. In maniera molto chiara, poco analitica, ma esaustiva e commovente, Pieter racconta cosa bisognerebbe dire o non dire ad un uomo consapevole del proprio termine, come l’uomo dovrebbe comportarsi, il rapporto con l’eutanasia e come raccontare ai propri figli quello che presto succederà.

I miei figli hanno 12, 9 e 5 anni. Sì lo so, è una cosa tragica, eccetera. Cresceranno senza un padre, è un dato di fatto. Ma mentre cresceranno, io ci sarò sotto forma del loro DNA, negli infiniti interventi alle conferenze che sono su YouTube e nelle cose che ho scritto. […] Credo però che sia confortante vedere il proprio genitore felice e rilassato (e non grazie agli antidolorifici) e avere diverse settimane per potergli dire addio. Sono davvero grato di non essere morto all’improvviso e di essere rimasto sano di mente. Ho insegnato ai miei figli a nuotare, andare in bici, sullo skate e a sparare. A cucinare, viaggiare e andare in campeggio. A usare la tecnologia senza averne paura.

Pieter è morto a causa di un colangiocarcinoma lo scorso ottobre. L’articolo del suo blog lo ha tradotto Il Post.

Dona che detassi

Adesso provo a dire perché a me i grandi benefattori e le grandi beneficenze alla Zuckerberg non piacciono gran ché. Intendiamoci, grazie mille a nome dei beneficiati. Ma io resto legato alla indispensabile funzione regolatrice dello Stato e al suo ruolo di curatore del bene comune. Sì, lo so che invece e spesso, ovunque, questo si traduce in solenni mangiate, ma è una patologia. E se hai tutta questa coscienza sociale sai che c’è: paga le tasse. Paga le tasse nei vari paesi in cui eserciti la tua attività, senza costruire mirabolanti impalcature di elusione, andando alla ricerca nel mondo di quello che te ne fa pagare di meno. Se hai tutta questa coscienza sociale rinuncia ad essere tu a scegliere chi riceverà i tuoi soldi e lascia che sia la collettività a indirizzarli con la politica dove magari tu, che sei uno anche se immenso, magari non vorresti che andassero, ma dove è comunque giusto che vadano. Sapete, il passaggio dal magnifico esempio di dedizione volontaria ai bisognosi delle Dame di San Vincenzo, al welfare obbligatorio e pagato dalla tassazione, è stata una delle più grandi conquiste della nostra civiltà. Vediamo di non dimenticarcelo.

Una parzialmente discutibile ma molto condivisile opinione di Massimo Rocca su Radio Capital sulla recente “beneficenza” di Zuckerberg.

Zuckerberg non farà propriamente “beneficenza” nel senso legale che il termine ha negli Stati Uniti, ma non trarrà profitti per sé dalla gestione della “Chan Zuckerberg Initiative”

Spiega invece Il Post in proposito della donazione di Zuckerberg.

Informati e superficiali

Non riesco ad adeguarmi alla leggerezza digitale con cui si utilizza l’icona del bambino sulla spiaggia o l’hashtag della candela per onorare i morti o il video di Jeff Buckley che canta nel teatro del massacro.

Il terrore parigino ha messo ancora una volta in evidenza, come se ce ne fosse bisogno, la superficialità con cui vengono trattate le informazioni sui vari social network e la frivolezza con cui queste vengono condivise e banalizzate dagli utenti.

Ne parla, tra l’altro, Mantellini su Il Post. Sottolinea anche che, nonostante buona parte delle pubblicazioni, comunque non ne potremmo più fare a meno: i media ed i giornali di carta sono inadeguati a raccontare, in diretta e in modo così spontaneo, cristallino ed immediato, i fatti che succedono appena successi.