Se vuoi pubblicare qualcosa che duri, apri un blog

Tratta Facebook come il giardino murato che è. Se vuoi qualcosa che sia accessibile al pubblico, postalo in un vero blog o su una qualsiasi altra piattaforma che abbraccia il vero web, quello aperto.

John Gruber su Daring Fireball lancia una dura crociata, tra l’altro condivisa, contro i contenuti pubblicati e bloccati dentro Facebook.

Facebook non li rende accessibili ai motori di ricerca, potrebbe decidere di bloccarne l’accesso pubblico in qualsiasi momento e, per quanto sia un’azienda solida – aggiunge, potrebbe chiudere i rubinetti ai propri servizi in qualsiasi momento e non renderli più disponibili.

L’educazione digitale è l’educazione civica moderna

Gli educatori (e i politici) devono superare la visione arcaica delle tecnologie dell’informazione come “strumento”. È urgente coltivare la capacità dei bambini di vivere online e offline, in un mondo in cui i media digitali sono onnipresenti. In altre parole, offrire ai giovani studenti le conoscenze e le abilità per essere padroni delle proprie emozioni del proprio comportamento nell’era digitale.

Queste capacità devono essere accompagnate da un’educazione ai valori umani di integrità, rispetto, empatia e prudenza. Sono questi valori che permettono l’uso sapiente e responsabile della tecnologia. […] l’educazione digitale è una sorta di educazione civica moderna che tiene conto della più grande rivoluzione che l’umanità ha vissuto negli ultimi decenni: Internet.

[…] La cittadinanza digitale, però, è spesso trascurata dagli educatori. Questi tendono a pensare che i bambini apprendano certe competenze da soli, o che esse facciano parte dell’educazione che lo studente riceve a casa. I genitori, d’altro canto, tendono a sottovalutare questo tipo di competenze e sono portati a pensare che le “nuove generazioni”, i “nativi digitali”, abbiano una sorta di capacità innata per imparare a usare correttamente i media e i dispositivi digitali. Ma in questo caso non stiamo parlando di sapere muovere le dita sullo schermo di un ipad: interazione altamente intuitiva per qualsiasi neonato (e di cui dovremmo smettere di meravigliarci).

[…] spesso genitori e insegnanti sono portati a criminalizzare Internet, capro espiatorio astratto di ogni male. Il movente di questa attitudine è la paura. La paura è causata da una genuina ignoranza. Questa situazione è dovuta al gap digitale dell’attuale generazione di educatori e genitori, incapace di offrire la formazione digitale adeguata alle nuove generazioni. Ed è un problema che dobbiamo affrontare.

[…] I bambini stanno già vivendo immersi in un mondo che spesso neanche gli adulti comprendono. La soluzione non è tecnologica, ma pedagogica. Spetta a noi far sì che siano dotati delle competenze e del supporto necessario per sfruttare questi strumenti in maniera responsabile e proficua.

Perché dobbiamo insegnare ai bambini come stare online, Valigia Blu

Stupida

Secondo la proposta di legge, i gestori di siti dei mezzi d’informazione, i blogger, i quotidiani e i social network, saranno obbligati a censurare gli insulti riferiti alla “condizione sociale e personale” della vittima, vale a dire tutto quanto la persona destinataria considera offensivo da un punto di vista personale. La sanzione per chi non prende misure adeguate a eliminare l’insulto è una multa di centomila euro. Non è possibile difendersi invocando la veridicità dell’insulto: si giudica se ci sia stato l’insulto, non la sua mendacità. […] Questo significa che la legge colpirà soprattutto le affermazioni su interessi politici e locali, dando ai ricchi e potenti, ai criminali e ai corrotti, il potere incontrollato di rimuovere i materiali che li offendono, indipendentemente dal fatto che contenga affermazioni vere o false.

Per proteggersi dal ciberbullismo e dalla pubblicazione di pornografia senza consenso, il Governo sta per approvare la «più stupida legge sulla censura in Europa» secondo Boing Boing (e secondo me pure, per quel che può valere). Federico Ferrone traduce Cory Doctorow su Internazionale.

La chiosa dagli USA:

Negli anni di Berlusconi l’Italia si è guadagnata la fama di luogo politicamente nel caos. Speravamo che l’epoca successiva fosse migliore. Ma prendendo in seria considerazione idee così dannose, la camera dei deputati continua a fare della politica italiana una barzelletta.

Tante internet diverse e chiuse

Tim Berners-Lee, che 25 anni fa ha posto le basi del World Wide Web e di quello che oggi chiamiamo internet, era a Milano negli scorsi giorni. Luca Sofri lo ha incontrato e alla domanda sul come sarebbe stato il web se non l’avesse “inventato”, se insomma secondi lui useremmo la rete internet allo stesso modo in cui siamo abituati oggi, Berners-Lee dice che non lo sa, ma1

[…] la gestione e i funzionamenti di internet non sarebbero stati organizzati in un sistema universale, e universalmente libero, accessibile e condiviso, ma che singole aziende e istituzioni – come provò a fare AOL – avrebbero costruito sistemi e organizzazioni dell’uso di internet propri e diversi, con differenti sistemi di accesso, linguaggi, offerte: “walled gardens”, molto legati alle nazioni in cui avrebbero operato, nazioni che sarebbero state responsabili e intermediarie di tutti i coordinamenti e relazioni globali tra le diverse reti.


  1. la citazione è di Sofri 

Alcune internet più uguali di altre

[…] gli operatori di telecomunicazione, che sono i gestori delle autostrade dell’informazione, devono far circolare tutti i dati alla stessa velocità e alle stesse condizioni o possono dirigere a piacimento il traffico, facendo correre alcuni pacchetti più velocemente di altri? Ad esempio, se una corporation di produzione di contenuti (poniamo, un grande editore multimediale) chiede a un provider di far passare più rapidamente i suoi video (e lo paga per questo) è giusto che acquisti questo diritto? Oppure, per un principio di pari opportunità dei contenuti, questi devono viaggiare alla stessa velocità?

Le retoriche domande di Alessandro Gilioli, tratte dal suo ultimo post (interessante anche per altro), descrivono in sintesi la catastrofe digitale che i parlamentari europei hanno approvato qualche giorno fa, mettendo di fatto fine alla neutralità della rete internet europea.

Navigheremo quindi tra dati di serie A, più veloci perché imposti dai provider per mero business, e dati di serie B, i nostri o in generale quelli non sponsorizzati.

La scuola dove si cresce disadattati

Quando ero ragazzo, avrò avuto una quindicina d’anni, in un’edicola di Sabaudia comprai CRAMPO. Corso rapido di apprendimento minimo per ottenebrati, un libro Comix di Daniele Luttazzi sulle battute del suo Professor Frontecedro, esperto di pedagogia californiana.

Un modello alternativo? Venite in California, a Palo Alto. Lezioni dalle 7 alle 8 di sera. Quando ormai si è troppo stanchi per continuare a fare surf o giocare a beach volley. Pochi concetti rapidi.

Satira sulla scuola e sulle riforme di fine millennio col nonsense tipico di Luttazzi. Un libro brutto, per quel che ricordo1. Un libro che però mi è venuto in mente ieri, leggendo di una scuola in un quartiere di Londra dove non è ammessa la tecnologia. No smartphone, niente videogiochi, poca televisione e zero internet: la tecnologia viene fatta conoscere a piccole dosi e a partire dai 12 anni.

Sono consapevole dell’impatto spesso negativo che la tecnologia può avere sui bambini, ma la colpa non è della tecnologia: il problema è negli adulti. Se una mamma abbandona suo figlio davanti a un fornello il piccolo potrà farsi del male, ma sono certo che troveremmo assurdo vietargli l’accesso in cucina fino all’adolescenza. Se i genitori – e i dirigenti e gli insegnati della London Acorn School – non conoscono la tecnologia, non sono consapevoli dello strumento, non sanno raccontarla e farne percepire l’utilità, non sono capaci di limitarne le dosi, non riescono a farsi portavoce del futuro ma lo scaricano sulle spalle del bambino, non è colpa della tecnologia. È paranoia.


  1. figurati comunque cosa potevo capirne io, di satira e di riforme sulla scuola, a 15 anni. 

Hasta la Wifi

I miei amici mi parlano di Internet da molto, così ho deciso di unirmi a loro per vedere che cos’è. È la prima volta che vado su Internet. Mi hanno consigliato di creare un profilo Facebook, così da potermi fare degli amici all’estero.

A seguito dell’avvicinamento degli USA, a Cuba sono stati attivati alcuni punti di accesso wifi gratuiti alla connessione veloce. C’è gente che fa ore di viaggio per andare a conoscere Internet, come Luis che naviga per la prima volta. La meraviglia è quella di Aureliano Buendia alla vista del ghiaccio, ma Melquíades ha un router imperialista.

La vista sugli ebook

La vista da qui di Massimo Mantellini è un libro bello. Dietro la parola bello, lo capisco, può esserci tutto. Robe banali e robe serissime. Ma questo è davvero un libro bello sul copyright, sulla privacy, sulla politica, sull’economia, sui social network e sui minori, sull’innovazione e sui libri: su Internet (con la i maiuscola).

Non lo recensisco ma cito questa cosa qui sui libri cartecei e sugli ebook, cosa che Mantellini l’ha scritta uguale a come l’avrei scritta io se avessi saputo scriverla.

Come molti asini ho iniziato a leggere Dostoevskji da adulto e in questo periodo sono alle prese con L’idiota. Leggo lentamente, a cavallo tra l’Italia e l’Inghilterra, in un’edizione cartacea che ho trovato a casa a Forlì, sull’ebook reader quando sono a Londra, sul telefono nel tempo passato in metropolitana. E devo dire che mi piace così. Se qualcuno mi fermasse per strada per chiedermi se preferisco il profumo della carta o la comodità del formato elettronico, io oggi direi, molto semplicemente, che sono affezionato a entrambi. O a nessuno dei due. Per la verità, pensandoci meglio, forse risponderei che mi piace Dostoevskji.

Il futuro del web, più o meno

Il libro di Rudy Bandiera, Rischi e opportunità del web 3.0 e delle tecnologie che lo compongono, edito Dario Flaccovio, è stato il primo libro letto a tema internet dei tre che mi sono ripromesso di leggere non avendo mai letto nessun libro su internet.

Disclaimer. Non sono abituato a scrivere recensioni, probabilmente non ne sono nemmeno capace, e questa effettivamente non è una recensione quindi il disclaimer potrebbe finire qui. Mi rendo conto però che in alcuni punti potrei essere brutale, quindi voglio specificare che cercherò di riportare brevemente le sensazioni che le varie parti del libro mi hanno provocato, anche se dovessi risultare detestabile. Mi spiace, generalmente non lo sono, ma se scriverò tedioso (e lo scriverò) è perché veramente mi ha smontato le scatole, se scriverò stimolante (e scriverò anche questo) è che realmente mi ha stimolato ed interessato. Tutto qui.

Rischi e opportunità è un percorso presumibile da quello che attualmente conosciamo come web 2.0, ovvero l’internet che usiamo tutti i giorni tra PC, smartphone e cose che si connettono, a quello che con molta probabilità verrà definito web 3.0, ovvero l’evoluzione delle attuali tecnologie legate alla rete accoppiata al concretizzarsi di tutte quelle tecniche, consuetudini e regole morali che si stanno consolidando tra abitudini e ricerca. È un libro per tutti, sia per nerd che per appassionati ed interessati ad internet, allo stato attuale della rete ed al suo ipotizzabile futuro. È un libro anche per gli altri, anche per chi cioè di internet non sa proprio niente e ci vuole capire qualcosa, come le aziende e le tecnologie che ne stanno firmando gli esiti. È un libro che, in sintesi, mi sento di consigliare, seppur con dei limiti che mi preme sottolineare.

L’essere “per tutti”, a mio avviso, ne crea un po’ un limite: la prima parte del libro, dove si raccontano i fatti della rete e delle aziende più importanti che ci operano, è tediosa per chi di questi fatti ne legge quotidianamente. Ma mi ripeto ancora: il libro è per tutti. Io sono un utente un po’ più smaliziato — diciamo così — e di conseguenza qualcuno meno esperto potrebbe trovare comunque piacevoli le storielle su Google, Apple e compagnia bella, e le spesso banali elucubrazioni di alcuni commentatori esterni: a me non è riuscito. Devo dirmelo: alcune futuribili ricostruzioni della realtà di domani si avvicinano molto di più agli appunti di Dick che ad una ideale realtà.

Al contrario, più o meno nella seconda parte del libro, si affrontano argomenti dell’attuale web 2.0 un po’ più succosi e la cui lettura è stata molto più stimolante. Big data, robotica, nanotecnologie e social network: questi argomenti sono stati di piacevolissima lettura e gli approfondimenti degli ospiti, in questo caso, attenti e preziosi; con enormi spunti di attenzione uno degli ultimi paragrafi del libro, quello sull’economia della reputazione. Ultime, ma non per importanza, le riflessioni sui rischi e sulle opportunità a cui si va incontro seguendo il percorso immaginato dall’autore e dai suoi ospiti, riflessioni sulle quali si può essere più o meno d’accordo: in via generica lo sono stato.

Tutto sommato un buon libro su internet e su cosa sta diventando e, come anticipato, ne consiglio la lettura. Con una letta veloce alla prima parte per i più web addicted e con un po’ di concentrazione in più, invece, per chiunque non si abbuffi quotidianamente di post tecnologici, ma lo consiglio.

Lo trovate su Amazon qui.

La proprietà del web

Il problema della fotografia rubata ad Oliviero Toscani da parte di un realtà locale di FdI ha curiosi ed interessanti risvolti dal punto di vista del copyright (la fotografia è stata usata senza averne i diritti), politici (la fotografia è stata usata per promuovere un messaggio che è l’opposto del significato che lo scatto rappresenta), umani (l’adozione per le coppie omosessuali meriterebbe un serio dibattito politico e sociale) e commerciali (il fotografo si è fatto un po’ di pubblicità ed il partito, scaricando il barile, tutto sommato pure). Non voglio discuterli perché sarei superfluo, la cosa che evidenzio è però la nota del responsabile della comunicazione di FdI:

[…] I ragazzi l’hanno usata perché non aveva il copyright indicato e pertanto considerata di pubblico dominio. […]

Nel comunicato è evidenziata una pratica molto comune online: tutto quello che trovo su internet è gratuito, soprattutto se l’autore è poco evidente. Internet è libero, il materiale è lì disponibile per essere usato, di conseguenza è di tutti, anche mio, e io lo uso senza verificarne la proprietà.

L’azienda che lancia una campagna con fotografie scaricate da Google Images, il quotidiano che riprende un video virale cancellando i riferimenti all’autore, il blog che copia il contenuto di un post omettendo di citarne la fonte: sono contenuti trovati online, senza un riferimento chiaro all’autore o poco importa, quindi di tutti e per tutti e perciò anche per me.

L’idea passata è quindi quella secondo la quale il web sia gratuito sempre e che ogni contenuto online per una qualche strana forma di diritto acquisito appartiene anche a noi, che così siamo liberi di usarlo.

I ragazzi che non hanno trovato il copyright indicato sulla fotografia dovevano capirlo da soli che, prima di usarla inchiodandoci sopra il logo del partito, avrebbero dovuto approfondire la ricerca (con strumenti di reverse image search ci vogliono meno di due secondi) per capire se avessero il diritto ad utilizzarla: non compiere questa operazione presuppone un’arroganza verso chi lavora ai contenuti e li pubblica online per promuovere o vendere il proprio lavoro. Commentare con un non ci hanno fatto caso presume una boria poco evidente a chi saluta a mani non basse.

Il web è di tutti, sia chiaro, ma i contenuti appartengono, salvo diverse indicazioni dei relativi proprietari, a chi li produce. È gratis, insomma, salvo l’obbligo morale di verificare sempre il contrario.