Guardare l’ora è un atto di umiltà

A differenza dei dispositivi elettronici, gli orologi analogici ci spingono ad aprirci al mondo. Lo smartphone è concentrato su di noi: ci avvisa quando arriva un nuovo messaggio e ci dà brevi informazioni quando ci annoiamo. L’orologio, invece, rivolge quell’attenzione all’esterno. Guardare l’ora è diverso da guardare il telefono: pone domande su dove dovremmo trovarci e cosa dovremmo fare in un certo momento. Mette un corpo in relazione con i doveri e gli imprevisti, indifferente alla tensione di una molla incapsulata dentro un guscio metallico sul polso. Guardare l’ora è un atto di umiltà, mentre guardare il telefono è un atto di egoismo.

Ho avuto al polso uno smartwatch per quasi due anni. Ho convissuto con un Motorola Moto 360, sia di prima che di seconda generazione, e ho dettato messaggi e promemoria, ho consultato mappe e mail, ho letto e ignorato notifiche da qualsiasi applicazione e silenziato decine di chiamate inopportune. Poi ho deciso che basta, non ne potevo più. Ho rimosso e restituito l’orologio intelligente e l’ho sostituito con orologi analogici, con lancette e data, al più. Ho preferito annullare quella brutta sensazione di ansia da notifiche, di prendere le distanze dalla reperibilità assoluta, ogni istante, anche durante la cena o in pausa caffè.

Togliermi il vizio di alzare il polso al vibrare del telefono in tasca è stato un processo lungo ma soddisfacente. Mi rendevo conto che era un gesto fastidioso per clienti e amici che mi vedevano, durante una chiacchiera, consultare l’ora di tanto in tanto. Se è tardi la prego, non voglio trattenerla ulteriormente mi disse un giorno un cliente stizzito. Non sto guardando l’ora, pensai, ma sarebbe stato complicato spiegarglielo.

Il fascino di un orologio è in parte legato al fatto che decidiamo di usarli nonostante le alternative digitali.

Ho trovato quindi molto appassionante questo articolo di Ian Bogost, tradotto da Internazionale, sulle complicazioni, le complessità e gli ingranaggi di un orologio meccanico (il più caro e complesso al mondo, nel caso specifico).

È che il tempo, con un orologio analogico, è come se scorresse un po’ più lentamente.

Sono le… aspetta

Premesso che indossare l’orologio e consultare l’ora sul polso per me è un gesto più che naturale, devo dire che proprio come orologio uno smartwatch come il Motorola Moto 360 ha la sua utilità peggiore. Il display è costantemente spento e per accenderlo bisogna muovere il polso con un movimento fastidioso: a volte si accende, spesso no, quando non accade sei costretto a dare due colpetti sul quadrante per svegliarlo. Succede, ve lo assicuro e non credo sia una feature voluta, ogni qual volta che qualcuno vi chiede l’ora. È imbarazzante.

A parte questo piccolo inconveniente, sono due mesi che uso il dispositivo Android Wear al posto dei miei consueti orologi e non riuscirei più a farne a meno. Credo di poterlo valutare positivamente e di esserne ormai dipendente, nonostante la sovente digi-defibrillazione per leggerne l’ora.

Ieri Motorola ne ha presentato la seconda versione all’IFA 2015, con due indiscrimanti misure per il quadrante e una plasticosissima versione sport.