Le email sono morte, viva le email

Eppure, per registrarci a pressoché qualsiasi cosa usiamo la nostra email, e la nostra casella confusionaria è la stessa che ringraziamo quando possiamo non rispondere a un contatto molesto senza che veda che abbiamo visualizzato il suo messaggio, o sappia che l’abbiamo confinato a un provvidenziale filtro antispam. E chiunque abbia mai usato un’app di instant messaging sa cosa significa usarla per leggere testi molti lunghi.

Il rilascio di Workplace, il nuovo sub social network di Facebook dedicato al lavoro, ha fornito il pretesto a Davide Piacenza su Studio di fare il riassunto sullo stato di vita delle e-mail: molti dicono che non servono più, effettivamente se n’è ridotto parecchio l’utilizzo causa instant messengers ma le usiamo ancora con insistenza tutti i giorni e, volendo o nolendo, è una bellissima necessità.

Personalmente considero le email il miglior social network: sono rapide da usare, tengono correttamente traccia del trascorso della discussione, hanno account verificati in una rete sociale concreta e coerente, sono uno standard ufficialmente riconosciuto, funzionano magnificamente con discussioni private, permettono di migliorare la produttività se usate in maniera organizzata e hanno un fascino che nessun cinguettio, post o status possono raggiungere.

Gli algoritmi non sono curiosi

Mark Zuckerberg non deciderà di farci arrivare solo l’informazione che fa comodo a Facebook, e Larry Page di Google non deciderà per chi dobbiamo votare, ma c’è il rischio che questi colossi, essendo aziende private, finiscano nelle mani sbagliate, causando danni incalcolabili prima che qualcuno si renda conto di quello che sta succedendo (soprattutto se consideriamo la quantità esorbitante di dati personali che queste aziende posseggono di ciascuno di noi).

Su Rivista Studio un articolo molto interessante di Signorelli mette in evidenza l’attitudine delle grosse internet company a mostrarci contenuti sulla base della nostra esperienza precedente – Google con le ricerche, Facebook con gli status, Amazon con i libri, Netflix con i film e così via – in complicità con algoritmi sviluppati per costruire un recinto dentro il quale non entrerà mai ciò che è stato ritenuto estraneo ai nostri interessi, costruendo intorno a noi un mondo perfetto che non ci permetterà di scoprire ed interagire con ciò che “diverso”.

Peggio ancora, le stesse potrebbero deviare le nostre esperienze propinandoci informazioni politiche o commerciali e modificando così la nostra percezione della realtà. Non lo fanno, ma potrebbero.

Contrastare tutto ciò? Non so se sia possibile. Anche nella vita reale frequentiamo persone che ci piacciono, andiamo ai concerti che preferiamo e mangiamo soprattutto cibi di cui conosciamo ed apprezziamo il sapore.

Gli algoritmi simulano i nostri approcci alla vita ma hanno un grosso limite: non possono essere curiosi. Noi sì.