L’educazione digitale è l’educazione civica moderna

Gli educatori (e i politici) devono superare la visione arcaica delle tecnologie dell’informazione come “strumento”. È urgente coltivare la capacità dei bambini di vivere online e offline, in un mondo in cui i media digitali sono onnipresenti. In altre parole, offrire ai giovani studenti le conoscenze e le abilità per essere padroni delle proprie emozioni del proprio comportamento nell’era digitale.

Queste capacità devono essere accompagnate da un’educazione ai valori umani di integrità, rispetto, empatia e prudenza. Sono questi valori che permettono l’uso sapiente e responsabile della tecnologia. […] l’educazione digitale è una sorta di educazione civica moderna che tiene conto della più grande rivoluzione che l’umanità ha vissuto negli ultimi decenni: Internet.

[…] La cittadinanza digitale, però, è spesso trascurata dagli educatori. Questi tendono a pensare che i bambini apprendano certe competenze da soli, o che esse facciano parte dell’educazione che lo studente riceve a casa. I genitori, d’altro canto, tendono a sottovalutare questo tipo di competenze e sono portati a pensare che le “nuove generazioni”, i “nativi digitali”, abbiano una sorta di capacità innata per imparare a usare correttamente i media e i dispositivi digitali. Ma in questo caso non stiamo parlando di sapere muovere le dita sullo schermo di un ipad: interazione altamente intuitiva per qualsiasi neonato (e di cui dovremmo smettere di meravigliarci).

[…] spesso genitori e insegnanti sono portati a criminalizzare Internet, capro espiatorio astratto di ogni male. Il movente di questa attitudine è la paura. La paura è causata da una genuina ignoranza. Questa situazione è dovuta al gap digitale dell’attuale generazione di educatori e genitori, incapace di offrire la formazione digitale adeguata alle nuove generazioni. Ed è un problema che dobbiamo affrontare.

[…] I bambini stanno già vivendo immersi in un mondo che spesso neanche gli adulti comprendono. La soluzione non è tecnologica, ma pedagogica. Spetta a noi far sì che siano dotati delle competenze e del supporto necessario per sfruttare questi strumenti in maniera responsabile e proficua.

Perché dobbiamo insegnare ai bambini come stare online, Valigia Blu

La scuola dove si cresce disadattati

Quando ero ragazzo, avrò avuto una quindicina d’anni, in un’edicola di Sabaudia comprai CRAMPO. Corso rapido di apprendimento minimo per ottenebrati, un libro Comix di Daniele Luttazzi sulle battute del suo Professor Frontecedro, esperto di pedagogia californiana.

Un modello alternativo? Venite in California, a Palo Alto. Lezioni dalle 7 alle 8 di sera. Quando ormai si è troppo stanchi per continuare a fare surf o giocare a beach volley. Pochi concetti rapidi.

Satira sulla scuola e sulle riforme di fine millennio col nonsense tipico di Luttazzi. Un libro brutto, per quel che ricordo1. Un libro che però mi è venuto in mente ieri, leggendo di una scuola in un quartiere di Londra dove non è ammessa la tecnologia. No smartphone, niente videogiochi, poca televisione e zero internet: la tecnologia viene fatta conoscere a piccole dosi e a partire dai 12 anni.

Sono consapevole dell’impatto spesso negativo che la tecnologia può avere sui bambini, ma la colpa non è della tecnologia: il problema è negli adulti. Se una mamma abbandona suo figlio davanti a un fornello il piccolo potrà farsi del male, ma sono certo che troveremmo assurdo vietargli l’accesso in cucina fino all’adolescenza. Se i genitori – e i dirigenti e gli insegnati della London Acorn School – non conoscono la tecnologia, non sono consapevoli dello strumento, non sanno raccontarla e farne percepire l’utilità, non sono capaci di limitarne le dosi, non riescono a farsi portavoce del futuro ma lo scaricano sulle spalle del bambino, non è colpa della tecnologia. È paranoia.


  1. figurati comunque cosa potevo capirne io, di satira e di riforme sulla scuola, a 15 anni. 

L’autorevolezza dei titoli

Un insegnante in Informatica di una scuola superiore italiana, un buon amico, un uomo stimabile e interessato all’istruzione, un (ipotizzo) bravo docente ed un ragazzo impegnato, tra master e abilitazioni, ad arricchire annualmente il proprio curriculum vitae con specializzazioni di vario tipo, qualche settimana fa mi ha detto:

… i titoli, sono i titoli che contano: tu hai molte skills ma senza titoli non sei nessuno.

Mi ha suggerito di arricchire le mie competenze con una specialistica1 online, di approfondire con qualche master e di frequentare un corso di abilitazione all’insegnamento, magari in Spagna dove (ehm…) si studia meno e in fondo il titolo vale uguale che da noi.

In realtà non ha detto skills, nemmeno competenze: ha detto «sai fare un sacco di fatti».

Io gli voglio bene. Tutto sommato seguirei il suo consiglio se sul suo sito da docente non ci fosse un boxino per le barzellette, il widget del meteo ed il link a questo tool per la generazione di loghi.

So già quindi, peccato!, che non riuscirò a dargli soddisfazione e che sarò costretto a continuare ad investire il mio tempo su clienti, rischi, manuali, blog e pratica. Coi titoli resto a uno.


  1. il mio percorso didattico ho voluto troncarlo con la triennale in Informatica. 

Function Scuola

Per il programma sulla scuola previsto da Renzi, tra le altre cose, si parla di coding:

Chiederemo alle famiglie e agli studenti – spiega Renzi – se condividono le nostre proposte sui temi oggetto di insegnamento, le materie, quelli che quando andavamo a scuola noi chiamavamo il programma: dalla storia dell’arte alla musica, dall’inglese al ‘coding’.
La Repubblica

Sto parlando di una nota e non di documenti ufficiali, ed in particolare sto citando variabili che dovranno essere prioritizzate da famiglie e studenti, esaminate da tecnici, esperti, politici, funzionari, burocrati e poi forse entreranno in un qualche programma scolastico: assolutamente niente di certo insomma. Ma iniziare a discutere dell’introduzione degli embrioni della programmazione sin dalle scuole più piccole è una bella notizia, godiamone.

Capire come è fatto un gioco, magari prima ancora di giocarci, come lo si pensa, come lo si progetta, come lo si costruisce, come lo si regola e come lo si programma è di gran lunga più educativo – e divertente! – che giocarci e basta.

Sollecitare l’interesse nel coding non è solamente un modo per indicare nuovi percorsi lavorativi per il futuro, è un metodo alternativo per stimolare l’ingegno e la curiosità dei bambini e prepararli ad impegnarsi nella sfida più grande che dovranno affrontare da adulti: innovare e migliorare il loro mondo.

Si fa già da qualche parte in USA, UK, Nuova Zelanda, Israle, Estonia, in alcune zone della Germania, Australia e Danimarca. Insomma non saremmo certo i primi. Ma, per questa volta almeno, forse nemmeno gli ultimi.

Classe italiana

Qualche giorno fa Google ha tirato fuori dal suo cappello a cilindro Classroom, uno strumento progettato per permettere ai docenti di mantenere organizzata la classe e migliorare la comunicazione con gli studenti.

Qualche anno fa invece, nell’ambito di un concorso sull’innovazione indetto dal MIUR, avevo ideato un progetto simile e lo avevo presentato, insieme ad altre persone, allo staff dell’allora Ministro Profumo.

Si può migliorare la scuola?

[…] Sì, incoraggiando lo scambio di informazioni e conoscenze, le relazioni immediate tra insegnanti, tra bambini pari classe, tra genitori, tra la scuola e la famiglia. […] Sì, aiutando la gestione ed il monitoraggio dell’apprendimento e dell’insegnamento. Sì, appassionando gli studenti e gli insegnanti attraverso strumenti e soluzioni innovative e funzionali. […]

Come? […] Favorendo gli insegnanti, nella gestione, nel monitoraggio, nell’analisi e nella valutazione dei propri studenti. Mettendo in relazione i genitori con gli insegnanti e permettendo loro di verificare obiettivi e percorsi formativi dei propri figli. Incoraggiando la socializzazione dei bambini facendo loro condividere pareri ed idee sulle lezioni con altri studenti di pari grado scolastico. […]

Non mi si stanno attorcigliando le budella per l’occasione persa, la mia delusione è già stata assorbita da tempo, ma mi fa rabbia che un Ministero della Repubblica che indice un concorso sull’innovazione non sia riuscito a recepire la portata di un’idea che poi, partita certamente da ragionamenti, esigenze e attitudini differenti, abbia ideato dopo un paio d’anni il colosso del web Google.

Per inciso: il progetto prevedeva, oltre al software per la gestione della classe, anche la pubblicazione gratuita dei testi scolastici online, in stile wiki, aggiornati ed ideati collettivamente e liberamente (per buona pace delle case editrici scolastiche) e la fornitura di tablet a scuole pilota per sperimentarne l’utilizzo per lo studio sui testi prodotti dalla collettività di insegnanti, ricercatori ed esperti.

L’infografica riassuntiva del progetto, conservata insieme alle specifiche ottimisticamente in qualche cassetto del Ministero, si trova qui.

L’Italia è un Paese (af)fondato sulla pazienza.