Morire, il protocollo di uno sviluppatore

Pieter Hintjens era uno sviluppatore belga con una certa notorietà che, ammetto, non conoscevo prima di aver letto il post del suo blog intitolato “Un protocollo per morire“. In maniera molto chiara, poco analitica, ma esaustiva e commovente, Pieter racconta cosa bisognerebbe dire o non dire ad un uomo consapevole del proprio termine, come l’uomo dovrebbe comportarsi, il rapporto con l’eutanasia e come raccontare ai propri figli quello che presto succederà.

I miei figli hanno 12, 9 e 5 anni. Sì lo so, è una cosa tragica, eccetera. Cresceranno senza un padre, è un dato di fatto. Ma mentre cresceranno, io ci sarò sotto forma del loro DNA, negli infiniti interventi alle conferenze che sono su YouTube e nelle cose che ho scritto. […] Credo però che sia confortante vedere il proprio genitore felice e rilassato (e non grazie agli antidolorifici) e avere diverse settimane per potergli dire addio. Sono davvero grato di non essere morto all’improvviso e di essere rimasto sano di mente. Ho insegnato ai miei figli a nuotare, andare in bici, sullo skate e a sparare. A cucinare, viaggiare e andare in campeggio. A usare la tecnologia senza averne paura.

Pieter è morto a causa di un colangiocarcinoma lo scorso ottobre. L’articolo del suo blog lo ha tradotto Il Post.

La scuola dove si cresce disadattati

Quando ero ragazzo, avrò avuto una quindicina d’anni, in un’edicola di Sabaudia comprai CRAMPO. Corso rapido di apprendimento minimo per ottenebrati, un libro Comix di Daniele Luttazzi sulle battute del suo Professor Frontecedro, esperto di pedagogia californiana.

Un modello alternativo? Venite in California, a Palo Alto. Lezioni dalle 7 alle 8 di sera. Quando ormai si è troppo stanchi per continuare a fare surf o giocare a beach volley. Pochi concetti rapidi.

Satira sulla scuola e sulle riforme di fine millennio col nonsense tipico di Luttazzi. Un libro brutto, per quel che ricordo1. Un libro che però mi è venuto in mente ieri, leggendo di una scuola in un quartiere di Londra dove non è ammessa la tecnologia. No smartphone, niente videogiochi, poca televisione e zero internet: la tecnologia viene fatta conoscere a piccole dosi e a partire dai 12 anni.

Sono consapevole dell’impatto spesso negativo che la tecnologia può avere sui bambini, ma la colpa non è della tecnologia: il problema è negli adulti. Se una mamma abbandona suo figlio davanti a un fornello il piccolo potrà farsi del male, ma sono certo che troveremmo assurdo vietargli l’accesso in cucina fino all’adolescenza. Se i genitori – e i dirigenti e gli insegnati della London Acorn School – non conoscono la tecnologia, non sono consapevoli dello strumento, non sanno raccontarla e farne percepire l’utilità, non sono capaci di limitarne le dosi, non riescono a farsi portavoce del futuro ma lo scaricano sulle spalle del bambino, non è colpa della tecnologia. È paranoia.


  1. figurati comunque cosa potevo capirne io, di satira e di riforme sulla scuola, a 15 anni.